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Dopo quello che mi hai fatto

Immagine del redattore: Giovanni Barbera
Giovanni Barbera
8 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Capita di accorgersi di ricordare ancora il Padre Nostro dopo anni che non lo si recita. Le parole arrivano nell’ordine appreso molto tempo prima. Qualcuno conserva la vecchia formula sulla tentazione e inciampa proprio lì; il resto affiora quasi senza cercarlo.



«Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà». Poi il pane, i debiti, la tentazione, il male. Sono parole nate dentro una fede e a quella fede appartengono. Il fatto che siano state ripetute per secoli permette però di ascoltarle anche per ciò che hanno saputo raccogliere della vita umana.


Una frase, soprattutto: «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori».


La parola debito sembra lontana dal modo in cui parliamo dei legami. In realtà continuiamo a usarne la logica. «Mi devi una spiegazione», diciamo. Oppure aspettiamo delle scuse, una telefonata, il riconoscimento dell’accaduto. Anche senza fare conti, sappiamo che in certi rapporti una risposta può restare dovuta.


A volte la pretesa è fondata. Una promessa è stata violata, una fiducia tradita, una persona ha taciuto quando parlare avrebbe cambiato le cose. Chiederne conto appartiene alla realtà dell’accaduto. Una riconciliazione troppo rapida rischia perfino di aggiungere un’ingiustizia, perché mette a tacere proprio ciò che avrebbe bisogno di essere riconosciuto.


«Dopo quello che mi hai fatto» nasce spesso da una situazione simile. Può comparire durante una discussione o rimanere per mesi sullo sfondo. Non occorre ripeterla di continuo. Basta sapere che quella vicenda può essere richiamata e che l’altro, quando accade, dovrà ancora risponderne.


Un torto lascia talvolta anche questo: una ragione disponibile. Lo si vede quando viene portata dentro una vicenda alla quale appartiene solo in parte, o non appartiene più. Si discute per un ritardo, per una decisione presa senza avvertire, per una promessa recente che non è stata mantenuta, e nella conversazione riappare il tradimento di anni prima. Quel tradimento può avere modificato la fiducia in modo irreversibile. Nel litigio di oggi compie anche un altro lavoro: offre un argomento al quale l’altro deve rispondere prima ancora di poter parlare di ciò che è appena successo.


Ci sono precedenti che spiegano una paura, rendono comprensibile una cautela, mostrano che un episodio si inserisce in una serie. In altri casi ciò che ci autorizzava a chiedere viene trasferito dove la sua pertinenza si è esaurita. Una richiesta nata per ottenere riconoscimento acquista allora una disponibilità più ampia e può essere presentata di nuovo.


Accade anche fuori dalla coppia. In una famiglia un’assenza può tornare in discussioni che riguardano ormai tutt’altro; fra amici una promessa mancata può diventare il precedente che decide chi abbia titolo a rimproverare chi. La memoria serve a capire con chi abbiamo a che fare. Può anche distribuire in anticipo le parti, così che una controversia nuova arrivi con un vantaggio morale già assegnato.


C’è un’altra frase molto comune: «dopo tutto quello che ho fatto per te». In Contro il sacrificio Massimo Recalcati segue la torsione per cui una vita spesa nella rinuncia può trasformare ciò che è stato dato in una pretesa verso l’altro. Chi sacrifica continuamente una parte di sé finisce per sentirsi in credito e attende un riconoscimento che non arriva.


«Dopo quello che mi hai fatto» proviene da un’esperienza diversa. Qui può esserci un’offesa reale, subita senza scelta. Assimilarla al ricatto sacrificale sarebbe ingiusto. Le due frasi si toccano soltanto in un punto: ciò che è accaduto continua a fornire un titolo da far valere nel rapporto.


Nel Padre Nostro chi chiede che i propri debiti siano rimessi parla, nella stessa frase, dei debiti che altri hanno con lui. La preghiera non assegna una volta per tutte a chi la pronuncia il posto di chi deve o quello di chi può esigere.


Avere ragione in una vicenda lascia intatto il resto di ciò che siamo. Possiamo aspettare da qualcuno una parola dovuta e sapere che un’altra persona ne aspetta una da noi. Possiamo essere stati leali in una storia e aver mancato altrove. Le responsabilità conservano il loro peso; diventa più difficile ricavarne una condizione morale generale.


La gravità dell’accaduto resta intatta. Ci sono ferite che cambiano definitivamente un rapporto. La fiducia può essere perduta, una separazione può essere necessaria, la giustizia può richiedere conseguenze che durano. Anche il perdono, quando arriva, può lasciare intatte alcune di queste conseguenze. Imporlo dall’esterno aggiungerebbe soltanto un altro obbligo a chi ha già sopportato il costo del torto.


Rimettere, nel senso che interessa qui, riguarda il momento in cui smettiamo di convocare quel debito in ogni nuova controversia. Il fatto conserva il proprio nome e può aver lasciato conseguenze permanenti; cessa di funzionare come argomento disponibile per ciò che con quel fatto non ha più a che vedere.


Questo passaggio può avvenire anche dopo una separazione. Si può scegliere di non affidare più qualcosa di sé a una persona e, nello stesso tempo, smettere di incontrarla soprattutto come chi deve ancora rispondere. La distanza rimane, così come può rimanere il giudizio su ciò che è successo. Viene meno la necessità di riaprire il debito ogni volta che quella persona torna davanti a noi, anche solo nel pensiero.


Quando l’altro smette di comparire soprattutto come debitore, il torto conserva la propria realtà. Può sembrare il contrario. La memoria dell’offesa appare talvolta più sicura finché porta con sé anche una pretesa, come se smettere di farla valere concedesse che fosse meno grave. Il ricordo può invece sopravvivere a quella richiesta. La verità dell’accaduto resta intatta anche quando smettiamo di farla intervenire.


In La felicità che tiene ho chiamato «sì contabile» la forma del legame in cui ciò che diamo all’altro diventa credito in attesa di equivalenza. Il torto introduce una contabilità diversa. Il credito nasce da qualcosa che ci è stato imposto e smettere di richiamarlo può sembrare quasi una diminuzione della ferita.


È per questo che una relazione può continuare a lungo senza uscire davvero da quella distribuzione. Si può volersi bene, occuparsi l’uno dell’altro, fare progetti. Basta una discussione perché riemerga il precedente e cambi immediatamente i termini dell’incontro. L’oggetto del litigio smette di essere soltanto ciò che sta accadendo; insieme ad esso torna il conto che uno dei due può ancora presentare.


Una felicità che tenga convive con la memoria, con differenze reali di responsabilità e perfino con ferite che non si chiudono del tutto. Ha bisogno che ciò che accade fra due persone possa essere affrontato per ciò che è, senza dover ogni volta attraversare l’intero conto di ciò che si devono. Altrimenti la relazione continua, ma una parte dell’incontro è già decisa prima che cominci.


Il Padre Nostro non stabilisce quando un debito debba essere rimesso né quali offese possano esserlo. Lascia però nella lingua un gesto più circoscritto: chi chiede remissione riconosce di poterla concedere a sua volta.


Forse il verbo rimane difficile da pronunciare sul serio proprio per questo. Il perdono di cui stiamo parlando nasce dove una pretesa era davvero fondata. Rimettere arriva quando quella ragione non ha più bisogno di essere richiamata ogni volta che l’altro torna davanti a noi.

 
 
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