Questa volta non disturbo nessuno
- Giovanni Barbera

- 2 giorni fa
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Sono quasi le undici. C’è una cosa che continua a girarci in testa e avremmo voglia di parlarne. Prima di scrivere a qualcuno guardiamo l’ora. Pensiamo alla sua giornata, al fatto che forse sta dormendo o ha già avuto abbastanza da reggere. Persino nel momento del bisogno continuiamo a misurare l’effetto che la nostra richiesta potrebbe avere su chi la riceve.

Con l’intelligenza artificiale quel calcolo si allenta. Apriamo una chat e scriviamo. Possiamo spiegare male, ricominciare, aggiungere un dettaglio, tornare sullo stesso punto. La rapidità conta fino a un certo punto. La vera comodità è un’altra: per la durata di quello scambio non dobbiamo tenere insieme ciò che vogliamo dire e la giornata di chi ci sta ascoltando.
La disponibilità, da sola, non sarebbe una novità. Un libro può aspettarci per anni e un motore di ricerca resta accessibile a qualsiasi ora. Qui accade qualcosa di diverso. Il sistema tiene conto di ciò che abbiamo appena scritto e costruisce il seguito a partire da lì. Se precisiamo, la replica cambia; se obiettiamo, il discorso prende un’altra direzione. Si produce così una continuità che possiede alcuni dei segni attraverso i quali, nelle conversazioni umane, riconosciamo attenzione e ascolto. Manca una parte abituale della scena: una seconda giornata da rispettare, un umore da intuire, qualcosa che l’altro potrebbe avere bisogno di raccontarci a sua volta.
Forse anche per questo alcune persone hanno cominciato a usare l’intelligenza artificiale per confidare una preoccupazione, mettere ordine in un rapporto, ragionare intorno a una scelta difficile. Le ricerche dedicate a questi usi relazionali non consegnano, almeno per ora, un responso comodo.
Nell’agosto 2026 Nature Human Behaviour ha pubblicato uno studio su 1.131 adulti statunitensi che utilizzavano Character.AI. Chi disponeva di reti sociali più piccole tendeva più spesso a indicare la compagnia come ragione principale dell’uso; questa modalità risultava a sua volta associata a un benessere inferiore. Fra coloro che lo usavano soprattutto per questo, l’associazione negativa era più forte negli impieghi intensi e caratterizzati da molte confidenze personali. In Giappone, un’indagine su 14.721 adulti ha restituito un quadro differente: l’uso di sistemi artificiali come compagnia si associava a maggiore soddisfazione di vita, felicità e senso, con risultati particolarmente marcati in alcune persone che riferivano solitudine. Si tratta in entrambi i casi di rilevazioni osservazionali, capaci di mostrare relazioni fra fenomeni senza stabilire che la tecnologia abbia prodotto gli effetti registrati.
Un esperimento pubblicato nello stesso anno rende il quadro ancora meno lineare. Per due settimane 296 studenti al primo anno di università hanno dialogato ogni giorno con un sistema progettato per offrire sostegno, con un coetaneo oppure hanno scritto un breve diario. Subito dopo le singole interazioni, chi aveva parlato con il sistema riferiva meno emozioni negative rispetto a chi aveva scritto il diario. Sulla solitudine, misurata all’inizio e alla fine delle due settimane, il miglioramento significativo emergeva soltanto tra coloro che avevano conversato con un’altra persona. La differenza conta: un beneficio immediato sull’umore non equivale a una riduzione della solitudine nel tempo.
Non occorre costringere questi dati a pronunciare un verdetto. Dicono abbastanza per distinguere una cosa dall’altra: ciò che riceviamo durante una chat può esserci utile e avere, nello stesso tempo, una funzione diversa da quella di un rapporto umano. Molto dipende dalla vita nella quale quella possibilità trova posto.
Una domanda diversa riguarda ciò che riconosciamo come presenza dall’altra parte. Slavoj Žižek la porta su un terreno assai più radicale in Hegel in a Wired Brain, pubblicato nel 2020 e uscito l’anno successivo in Italia con il titolo Hegel e il cervello postumano. Il libro non descrive l’esperienza dell’intelligenza artificiale che oggi entra nelle nostre conversazioni. Immagina il collegamento diretto fra cervello e macchina e, in prospettiva, fra menti diverse, fino alla possibilità di rendere condivisibili processi che oggi chiamiamo pensieri, ricordi, fantasie.
Žižek spinge quell’esperimento verso un problema che attraversa da sempre il suo pensiero: che cosa chiamiamo soggetto?
Se la nostra interiorità diventasse progressivamente leggibile e trasferibile, la prima impressione sarebbe quella di una perdita. Più la macchina accedesse a ciò che ritenevamo privato, meno sembrerebbe rimanere di quell’io al quale attribuiamo desideri e ricordi. Žižek rovescia la prospettiva. L’esposizione di quei contenuti potrebbe mostrare, in forma estrema, che il soggetto non ha mai coinciso interamente con essi.
Il suo soggetto «vuoto» non è un piccolo io autentico nascosto dietro tutto ciò che può essere raccontato. Il vuoto indica una mancata coincidenza. Possiamo riconoscere come nostri un ricordo o un desiderio e continuare a non esaurirci in quell’inventario. La distanza non compare dopo che i contenuti sono stati sottratti; appartiene già al modo in cui li viviamo. La fantasia della connessione totale, in Hegel e il cervello postumano, porta questa frattura fino al limite proprio mentre sembra prometterne la cancellazione.
L’intelligenza artificiale contemporanea arriva da una strada molto meno spettacolare. Non entra nel cervello. Entra nella conversazione.
Ed è forse sufficiente.
Produce testi nei quali riconosciamo alcuni segni che, fra persone, interpretiamo come continuità dell’attenzione: riprende qualcosa detto poco prima, segue un’obiezione, modifica il registro se segnaliamo che una frase non funziona. Tutto questo resta insufficiente a decidere se vi sia un soggetto dall’altra parte. Ci obbliga però a essere più prudenti nel passaggio che porta da quei segni alla presenza di qualcuno.
Per il problema da cui siamo partiti basta fermarsi molto prima. Durante una chat possiamo ricevere aiuto senza essere costretti, nello stesso momento, a rendere la nostra richiesta sostenibile per un’altra persona. Possiamo interrompere, tornare ore dopo, ripetere un racconto già fatto. Non c’è una vita altrui da amministrare insieme alla nostra domanda.
La facilità di quel gesto non coincide con l’autosufficienza. Ciò che appare sullo schermo dipende da energia, infrastrutture, dati, attività umane, scelte industriali e condizioni di accesso che l’uso quotidiano lascia quasi sempre sullo sfondo. In quella circostanza si attenua un costo immediatamente relazionale; intorno restano altre dipendenze, diverse per natura e spesso molto meno visibili.
In La felicità che tiene mi sono fermato a lungo su un problema vicino. Una vita non ricava interamente da sé i tempi, gli appoggi e le possibilità di ripresa che le permettono di durare. Ho chiamato «diritto di chiedere senza colpa» la possibilità di portare un bisogno nel tempo condiviso senza trasformare subito chi lo esprime in qualcuno che pretende troppo.
Capita infatti di smettere di chiedere molto prima che il bisogno scompaia. Impariamo a scegliere il momento, a ridimensionare ciò che vorremmo dire, a renderlo più leggero. A volte prepariamo persino il terreno con una rassicurazione: non preoccuparti, non è niente, rispondi quando puoi. La fatica è già cominciata. Quando la consegniamo a qualcuno, abbiamo già lavorato sulla nostra richiesta.
L’intelligenza artificiale può inserirsi precisamente in questa fenditura. Per qualche minuto ci risparmia una parte di quella preparazione. Possiamo raccontare ciò che ci preoccupa senza attenuarlo per proteggere chi lo riceve. Il sollievo può essere autentico. Da solo, non ci dice quale posto occuperà quello scambio nella nostra vita, quanto durerà il suo effetto o di quali altri legami continueremo ad avere bisogno.
«Questa volta non disturbo nessuno» può essere soltanto il pensiero che precede l’apertura di una chat. Se ci fa stare meglio, però, quella frase merita attenzione. Potrebbe dirci qualcosa che riguarda meno la macchina di quanto immaginiamo: quanto lavoro abbiamo imparato a fare su un bisogno perché ci sembri abbastanza accettabile da affidarlo a un’altra persona.


