Il voto prima del voto

La prossima volta che entreremo in una cabina elettorale potremmo trovare la stessa matita e, dietro la scheda, regole diverse da quelle con cui abbiamo votato finora. Il gesto sembrerà identico. Saremo per qualche minuto da soli davanti alla scheda, prima di ripiegarla e uscire. Intorno a quel gesto può essere cambiato molto.

Il 15 settembre il Senato ha approvato con modifiche il disegno di legge sulla disciplina elettorale di Camera e Senato. Il testo torna ora alla Camera. Nella versione uscita da Palazzo Madama vengono superati i collegi uninominali e il sistema assume una base prevalentemente proporzionale. È previsto un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Lo otterrebbe la lista o coalizione più votata a livello nazionale sia alla Camera sia al Senato, se raggiungesse almeno il 42 per cento dei voti validi in ciascuna. Il percorso parlamentare non è concluso.
Quando si parla di una legge elettorale, l’attenzione corre quasi sempre al momento successivo allo scrutinio: alla distribuzione dei seggi, alla maggioranza che potrà formarsi, alla distanza che resterà fra i voti raccolti e la composizione del Parlamento. È comprensibile. Quelle norme servono anche a trasformare milioni di scelte separate in una struttura capace di decidere.
Quelle regole sono note molto prima dello scrutinio. I partiti valutano alleanze e candidature sapendo come verranno assegnati i seggi, mentre chi vota può tenere conto dell’effetto probabile della propria scelta. Si può preferire una forza politica e sceglierne un’altra perché si considera più importante impedire un certo esito; oppure restare sul simbolo più vicino, accettando che abbia minori possibilità di incidere. La formula non impone questi comportamenti; fa parte delle condizioni conosciute mentre si decide.
Maurice Duverger aveva distinto l’effetto meccanico di un sistema elettorale, cioè il modo in cui i voti diventano seggi, dagli adattamenti che la conoscenza di quel sistema può provocare nei comportamenti. Ricerche successive hanno mostrato che partiti ed elettori reagiscono talvolta agli incentivi prodotti dalle regole, con intensità molto diverse secondo il contesto: l’effetto strategico esiste, senza diventare un automatismo.
Questo basta a complicare l’immagine di una volontà già completa che arriva alla legge soltanto per essere contata. Una scelta politica nasce dentro circostanze, alternative disponibili e aspettative sugli effetti. Tenerne conto non rende il voto meno autentico. Se cambio preferenza perché attribuisco più peso alla possibilità di un certo governo, quella valutazione appartiene alla scelta tanto quanto la vicinanza a un partito.
La discussione di queste settimane rende visibile qualcosa che vale anche oltre il testo oggi in Parlamento. Cambiare il sistema significa modificare alcune informazioni sulle quali partiti e cittadini potranno regolarsi. Premi, collegi, soglie e modalità di selezione dei candidati incidono in modi differenti sulle strategie possibili, molto prima che venga contato il primo voto. La scelta del sistema elettorale produce infatti incentivi ai quali gli attori politici possono reagire, anche in modi non previsti da chi ha disegnato la regola.
Le richieste rivolte a una legge elettorale sono numerose e non sempre procedono insieme. Nei seggi vorremmo riconoscere la pluralità dei voti; dalle elezioni ci aspettiamo anche una maggioranza capace di assumersi la responsabilità di governare. Conta il rapporto fra elettori e rappresentanti, insieme alla possibilità di capire chi decide e di giudicarlo alla prova dei fatti.
Una maggiore proporzionalità può restituire con più precisione differenze presenti nell’elettorato e rendere più complessa la formazione di una maggioranza. Meccanismi costruiti per facilitare un esito di governo più netto possono aumentare la distanza fra percentuale dei voti e distribuzione dei seggi. Ogni formula compone queste esigenze attribuendo loro un peso diverso; nessuna riesce a portarle tutte al massimo nello stesso momento. La progettazione dei sistemi elettorali comporta proprio compromessi fra rappresentanza, stabilità, responsabilità politica e possibilità di scelta degli elettori.
Il confronto parlamentare di settembre si è mosso dentro questa difficoltà. Negli interventi favorevoli al disegno di legge sono state richiamate soprattutto la possibilità di produrre una maggioranza riconoscibile e una più chiara responsabilità di governo. Nelle critiche è stato contestato il rapporto fra il premio previsto, il consenso raccolto e la rappresentanza ottenuta. Il dissenso riguarda il modo in cui il testo prova a comporre queste esigenze.
Anche l’incertezza sulla responsabilità politica può impoverire il significato del voto. Se dopo lo scrutinio diventa difficile capire chi dispone della forza per decidere e chi dovrà risponderne, una parte dell’efficacia affidata alla scheda si disperde. La capacità di governare appartiene quindi al problema e chiede di essere valutata insieme al modo in cui i voti trovano rappresentanza.
La notte elettorale chiude i seggi e apre un’altra esperienza. I numeri smettono di essere previsioni. A quel punto si saprà quali forze possono formare un governo e quali resteranno all’opposizione; qualcuna potrebbe non ottenere rappresentanza. La posizione dei cittadini rispetto all’esito sarà meno ordinata di questa divisione. Si può avere votato un partito entrato nella maggioranza e non riconoscersi in una parte delle decisioni che prenderà, oppure aver sostenuto una forza d’opposizione e sentirsi pienamente rappresentati.
Vincere e perdere lasciano tracce nel modo in cui i cittadini guardano alle istituzioni. Gli studi comparativi mostrano che la distanza fra chi si riconosce nell’esito e chi ne resta fuori varia secondo i contesti e secondo l’ambiente politico nel quale la sconfitta viene vissuta. Perdere un’elezione non ha lo stesso significato ovunque: contano le possibilità che restano a chi non governa e il modo in cui la sua presenza continua a trovare riconoscimento.
Una maggioranza eletta deve poter esercitare il potere che le norme le attribuiscono. Chi ha scelto diversamente continua a partecipare alla stessa vita politica attraverso le istituzioni e fuori da esse. Costituzione, regole parlamentari, libertà civili e controlli concorrono a rendere effettiva questa permanenza; la legge elettorale vi prende parte stabilendo come i voti acquistano rappresentanza e peso.
Quando prevale una decisione che avremmo voluto diversa, possiamo sentirci delusi, irritati, perfino lontani per un momento dal luogo in cui è stata presa. Restare parte di quella vita comune anche quando non vi riconosciamo la nostra scelta è una delle condizioni che la rendono abitabile. È anche qui, lontano dalla soddisfazione per un esito, che la felicità tocca la politica.
Il dissenso resta così una forma di partecipazione: chi dispone dei numeri necessari assume la responsabilità di governare, e chi ha indicato un’altra direzione conserva gli strumenti per contestare quelle scelte e provare a cambiarle. La decisione acquista conseguenze effettive senza chiedere a tutti di riconoscervi la propria voce.
Il disegno di legge tornerà ora alla Camera e potrà ancora cambiare. Quando il percorso parlamentare sarà concluso, si discuteranno i suoi effetti sulle strategie dei partiti, sulle coalizioni e sulla distribuzione dei seggi. È il linguaggio ordinario della competizione politica, e sarà inevitabile usarlo.
La cabina, quel giorno, conserverà la sua semplicità. Prenderemo la matita e faremo il nostro segno su una scheda che, insieme a milioni di altre, concorrerà alla composizione delle Camere. Il risultato produrrà conseguenze anche per chi aveva indicato un’altra direzione. Chi avrà votato diversamente continuerà a stare nello stesso spazio politico, senza dover chiedere di rientrarvi.


