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Chi non ha retto?

  • Immagine del redattore: Giovanni Barbera
    Giovanni Barbera
  • 11 minuti fa
  • Tempo di lettura: 6 min

«Non ha retto.»


È una frase che qualche volta arriva dopo un suicidio. Può contenere incredulità, rabbia, dolore. A volte viene pronunciata quasi sottovoce, come se servisse almeno a dare un nome a qualcosa che continua a sfuggire.


Quelle tre parole hanno già fatto una scelta: hanno collocato il cedimento nella persona che non c’è più.



Di una morte per suicidio possiamo conoscere molte cose. Una depressione, una perdita, un isolamento diventato insopportabile, una crisi che durava da tempo. Sono elementi reali, spesso decisivi per comprendere una storia. Diventa molto più difficile raccoglierli in una spiegazione capace di contenerla interamente, soprattutto quando ne conosciamo già la fine.


Nel Castello Kafka descrive un’esperienza lontana dal suicidio e proprio per questo può aiutarci ad avvicinarci al problema senza pretendere di spiegarlo. K. si dà da fare, cerca persone, percorre strade, riceve indicazioni, incontra intermediari. Il mondo attorno a lui è pieno di attività; quasi nulla riesce davvero a cambiare la sua posizione.


È una sensazione che conosciamo anche in forme molto più comuni. Un problema sul lavoro ritorna dopo ogni tentativo di affrontarlo. In una relazione cambiano le parole e ci si ritrova nella stessa discussione. Una malattia finisce poco alla volta per organizzare le giornate attorno agli stessi gesti e alle stesse attese.


Di solito, prima o poi, la situazione si modifica. Incontriamo qualcuno, abbandoniamo un’abitudine, smettiamo di insistere dove avevamo sempre insistito, imbocchiamo una direzione imprevista. Qualche volta il problema rimane e cambia il modo in cui riusciamo a starci dentro.


È una capacità molto concreta della vita. Perdiamo un lavoro e, magari dopo mesi difficili, scopriamo che non coincidevamo interamente con quel lavoro. Finisce una relazione e ciò che eravamo dentro quel rapporto lascia intravedere altro. Un assetto che ci aveva sostenuto per anni smette di funzionare e occorre cercarne uno diverso.


Sono passaggi spesso dolorosi. Mostrano un aspetto che sfugge quando identifichiamo la felicità con il semplice sentirsi bene: si può soffrire e conservare uno spazio nel quale qualcosa riesce ancora a cambiare.


Il problema diventa più duro quando, per chi sta vivendo una certa esperienza, quello spazio sembra restringersi fino a rendere ogni tentativo simile al precedente. Le storie che conducono a una morte per suicidio sono troppo diverse per essere ricondotte a una sola esperienza. Stiamo guardando qualcosa che può accadere nell’esperienza umana e che il suicidio costringe a prendere sul serio: il giorno successivo continua a esistere senza che si riesca più a immaginare una differenza reale.


Kafka rende quasi fisica questa sensazione. Le strade continuano a esserci, le persone parlano, gli accessi sembrano moltiplicarsi. Il movimento resta, mentre diventa incerta la sua capacità di condurre altrove.


Da questo non possiamo concludere che ogni via sia davvero scomparsa. Vivere una situazione come chiusa e conoscere in anticipo tutto ciò che potrebbe ancora accadere sono cose diverse. Alcune condizioni sono realmente durissime e restringono drasticamente ciò che si può fare; resta comunque una parte di ciò che verrà che il presente, da solo, non conosce con certezza.


La distinzione non assegna a chi guarda da fuori una conoscenza superiore. Serve soltanto a frenare conclusioni troppo rapide.


È così che «non ha retto» comincia a diventare meno semplice.


Una persona vive nel proprio corpo e nella propria mente, dentro una storia che le appartiene. Vive anche fra orari, richieste, condizioni materiali, affetti, dipendenze, luoghi in cui tornare e situazioni da cui allontanarsi. Presi uno per uno, questi elementi non spiegano un suicidio; fanno comunque parte dei giorni concreti di quella persona.


Chiedere «che cosa non ha retto?» non sposta una colpa sulla famiglia, sul lavoro o sulla società. Serve a evitare che una frase stabilisca in anticipo dove sia avvenuto tutto.


Una sofferenza psichica profonda può intrecciarsi a cure, sostegni, tentativi di aiuto, a una perdita che modifica il modo in cui ogni altra cosa viene percepita o a una quotidianità che continua a chiedere adattamento mentre diventa sempre più difficile incidere su ciò che la rende pesante.


Dire semplicemente che qualcuno «non ha retto» rischia allora di lasciare fuori una parte della storia.


Dopo un suicidio arriva spesso un’altra frase.


«Ci ha lasciati.»


Per chi rimane, questa può essere una descrizione esatta del dolore. Una persona non c’è più e la sua assenza modifica brutalmente il mondo di chi le voleva bene. Rabbia, senso di abbandono, perfino la sensazione di essere stati traditi possono appartenere al lutto. Nessuna riflessione filosofica ha il diritto di spiegare a chi soffre che non dovrebbe sentirsi così.


Il problema nasce quando quel dolore diventa una certezza sull’intenzione di chi è morto.


«Non ha pensato a noi.»


«È stato egoista.»


Sono pensieri comprensibili. Sappiamo molto meno di quanto quelle frasi sembrino affermare. Non sappiamo quale rapporto una persona avesse, in quel momento, con le conseguenze del proprio gesto, come riuscisse a rappresentarsi il tempo successivo e quale peso conservassero le alternative che dall’esterno sembrano evidenti.


È abbastanza per diffidare di un giudizio morale troppo sicuro.


Sentirsi abbandonati è un’esperienza reale; da sola non rivela l’intenzione di chi è morto.


La stessa prudenza serve nella direzione opposta. Dopo un suicidio chi resta ripercorre facilmente parole, telefonate, silenzi, occasioni mancate e si domanda che cosa sarebbe accaduto dicendo una cosa diversa, insistendo un po’ di più, accorgendosi prima di un segnale. Sono domande quasi inevitabili, perché nascono dall’amore e dal dolore.


Da queste domande non ricaviamo una colpa. Dopo conosciamo l’esito; prima, anche quando il rischio era evidente, l’esito restava incerto. Trasformare il legame in una responsabilità retrospettiva aggiungerebbe a chi è rimasto un peso che nessuna teoria può legittimamente consegnargli.


Una parte della difficoltà del suicidio sta forse nel bisogno di distribuire rapidamente le parti: chi ha ceduto, chi ha lasciato, chi non ha visto, chi avrebbe dovuto fare qualcosa. Il dolore cerca comprensibilmente un destinatario per queste domande; la realtà può essere molto meno ordinata.


È allora che mi torna in mente Giovanni Drogo.


Nel Deserto dei Tartari accade quasi il contrario di ciò che accade a K. Drogo aspetta. La sua permanenza nella Fortezza dipende dall’evento che dovrebbe finalmente arrivare e dare senso agli anni trascorsi lì. Proprio perché quell’evento resta possibile, il presente può essere rimandato ancora un poco.


Il futuro, in Buzzati, esercita un’attrazione così forte da sottrarre progressivamente peso al presente. È una deformazione diversa da quella di Kafka: lì il movimento continua senza produrre una differenza sufficiente; in Buzzati ciò che dovrebbe arrivare assorbe progressivamente il valore di ciò che c’è. Entrambe le immagini restano lontane dal suicidio e riguardano il modo in cui il tempo può diventare difficile da abitare.


La vita quotidiana è molto meno geometrica. Agiamo, aspettiamo, cambiamo idea, torniamo indietro. Questa disordinata capacità di redistribuire il peso fra oggi e domani contribuisce a renderla praticabile.


Questa tensione fra oggi e domani cambia anche il modo in cui penso alla felicità.


In La felicità che tiene la felicità riguarda più del semplice susseguirsi di stati piacevoli. Conta anche che una vita possa attraversare una variazione senza perdere ogni appoggio: lasciare qualcosa, modificare una relazione, cambiare ritmo, scoprire che ciò che sembrava definitivo poteva essere vissuto diversamente.


Vista dal limite del suicidio, questa idea mostra anche ciò che non può promettere.


Una felicità del genere non garantisce un passaggio sempre disponibile; dall’esterno, inoltre, nessuna teoria può stabilire quali alternative fossero accessibili a una persona concreta in un momento estremo. Possiamo riconoscere quanto contino, mentre viviamo, i luoghi e i rapporti nei quali una configurazione diventata insostenibile cessa di essere l’unica disponibile.


Il suicidio non diventa perciò la conseguenza della loro assenza. Rimane qualcosa di più modesto: una vita ha bisogno di poter variare.


Sapere come una vita è finita non ci consegna la verità di tutta quella vita.


Chi si è suicidato può aver conosciuto felicità reali e relazioni profonde, attraversando periodi in cui il mondo gli appariva abitabile. Sapere che cosa è accaduto alla fine non rende false quelle esperienze.


C’è qualcosa di violento nel leggere un’intera biografia dalla sua ultima pagina.


Dopo una morte sappiamo qualcosa che prima ignoravamo: come la storia si è conclusa. Da quel momento è facilissimo cercare nelle pagine precedenti i segni che avrebbero dovuto annunciarla. Fra quei segni, alcuni c’erano davvero e meritano di essere riconosciuti. Altri li leggiamo diversamente soltanto perché ormai conosciamo l’esito.


La fine cambia il modo in cui ricordiamo e non cancella la realtà di ciò che è venuto prima.


Davanti a un suicidio restano dolore, rabbia, domande. A volte c’è anche bisogno di capire che cosa sia accaduto, e cercarlo è legittimo.


La filosofia può forse aiutare a non chiudere troppo presto quelle domande.


La frase «non ha retto» può esprimere una parte di ciò che è successo.


Non è detto che basti a spiegarlo.

 
 
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