Conta fino a sette
- Giovanni Barbera

- 5 giorni fa
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Quanto sei felice, da zero a dieci?
Se qualcuno me lo chiedesse adesso, probabilmente riuscirei a rispondere. Penserei per qualche secondo a come sto, alle persone che amo, a ciò che mi preoccupa, forse anche alla giornata che mi aspetta. Poi sceglierei un numero. Sette, diciamo.
Non sarebbe una risposta ironica. Potrei avere buone ragioni per darle proprio quel valore e, rifacendo lo stesso piccolo esperimento fra qualche mese, potrei rispondere cinque oppure nove e accorgermi che qualcosa è cambiato.
Del resto facciamo continuamente operazioni simili. Al mattino guardiamo un orologio che ci informa su come abbiamo dormito. Potrebbe assegnarci 86 punti su 100 dopo avere registrato durata del sonno, risvegli, battito e respirazione.
Solo che ci alziamo dal letto e siamo stanchi.
Il dispositivo ha raccolto informazioni che da soli non avremmo saputo seguire e probabilmente ha fatto bene il proprio lavoro. Eppure, davanti a quel numero così preciso, può venirci per un istante il dubbio che abbia ragione lui.

In realtà non occorre scegliere. Il punteggio può essere corretto e la stanchezza reale. L’orologio può avere misurato bene ciò che era costruito per misurare, mentre il nostro essere stanchi dipende anche da qualcosa che quel calcolo non comprende.
Sembra ovvio. Lo è molto meno quando una risposta arriva sotto forma di numero, percentuale, grafico. Misuriamo proprio per ottenere questa chiarezza: se ho la febbre voglio un termometro, se devo sapere quanto è diffuso un fenomeno ho bisogno di dati. Una buona statistica può rendere visibile ciò che migliaia di esperienze separate lascerebbero disperso.
Il problema, quindi, non è che una misura scelga che cosa vedere. Senza quella scelta spesso non avremmo alcun risultato utilizzabile. Il termometro non sa se stamattina sono triste e nessuno gliene fa una colpa.
Le cose si complicano quando dimentichiamo la domanda e ci rimane in mano soltanto la risposta.
Per una strada molto diversa dalla nostra esperienza con uno smartwatch, la meccanica quantistica ha complicato radicalmente un’immagine che ci viene spontanea: quella della misura come semplice sguardo rivolto dall’esterno a qualcosa che aspetta soltanto di essere registrato.
Parole come funzione d’onda, sovrapposizione e collasso sono ormai uscite dai laboratori e circolano nei film, nei romanzi, nelle discussioni sulla coscienza e, qualche volta, in teorie piuttosto spericolate sul destino. Non occorre conoscere le equazioni per capire almeno da dove provenga tanto fascino.
Il nome funzione d’onda può trarre in inganno: non si tratta di un’onda materiale come quella che vediamo muoversi sull’acqua. È lo strumento matematico con cui la teoria quantistica rappresenta lo stato di un sistema e permette di calcolare le probabilità dei diversi risultati che potremmo ottenere. Quando viene effettuata una misura, invece, ciò che registriamo è un esito determinato. Nella formulazione tradizionale della teoria, il passaggio a quell’esito viene descritto come collasso della funzione d’onda.
La parola “collasso” ha fatto lavorare parecchio l’immaginazione. Da qui si è arrivati facilmente all’idea che sia la coscienza a creare la realtà o che le cose esistano soltanto quando qualcuno le guarda. La fisica è molto più prudente: la misura quantistica è un’interazione fisica e le diverse interpretazioni della teoria non attribuiscono tutte al collasso lo stesso significato.
Rimane però un punto difficile da ignorare. L’apparato e l’interazione attraverso cui avviene la misura appartengono alla situazione nella quale il risultato diventa disponibile. Non c’è semplicemente, da una parte, un mondo già disposto davanti a noi e, dall’altra, uno sguardo innocente che arriva a prenderne nota.
Slavoj Žižek è stato affascinato proprio da quel momento in cui, nel collasso, compare una determinazione con cui finalmente possiamo fare i conti. È un’immagine potente anche perché conosciamo bene il desiderio che contiene. Vorremmo continuamente che qualcosa diventasse abbastanza chiaro da permetterci di dire: ecco, è così. Vorremmo sapere se abbiamo fatto la scelta giusta, se un lavoro funziona, se una relazione sta andando bene.
Se siamo felici.
Un risultato ci sottrae per un momento all’incertezza. Sette. Ottantasei su cento. Otto in pagella. Finalmente abbiamo qualcosa da usare.
La questione è che cosa gli chiediamo dopo.
Un ragazzo prende cinque in una verifica di matematica. All’inizio significa semplicemente che in quella prova ha preso cinque. Poco alla volta può diventare «non sono bravo in matematica» e, più avanti, «non sono portato per le materie scientifiche».
Il cinque può essere stato assegnato correttamente. A un certo punto, però, ha cominciato a parlare anche di ciò che quella verifica non aveva misurato.
Succede anche agli adulti. Un progetto viene consegnato nei tempi e siamo portati a considerare sostenibile il modo in cui abbiamo lavorato per riuscirci. Una persona continua a fare tutto ciò che faceva prima e chi le sta vicino conclude che stia bene.
Non occorre che il risultato sia sbagliato. Basta chiedergli più di quanto abbia stabilito.
Per questo mi convince poco la diffidenza generica verso i numeri. La precisione non è il nemico. Un voto può essere giusto rispetto a una prova senza diventare un giudizio sulla persona che l’ha sostenuta; il punteggio del sonno può essere accurato senza trasformare la mia stanchezza in un errore. Anzi, proprio ciò che funziona bene conquista più facilmente la nostra fiducia.
Ed è qui che accade qualcosa di meno evidente. Una volta ottenuta, una misura non rimane necessariamente ferma nel punto in cui è nata.
Se il mio orologio mi informa che mancano ottocento passi all’obiettivo quotidiano, è abbastanza probabile che prima o poi mi alzi e li faccia. Uno studente che conosce ciò che verrà valutato orienterà almeno una parte dello studio in quella direzione. Chi pubblica qualcosa online impara rapidamente quali contenuti ricevono più clic e finirà, comprensibilmente, per tenerne conto la volta successiva.
Non servono manipolazioni né cattive intenzioni. Il risultato è semplicemente entrato fra le condizioni di ciò che faremo dopo.
Una diagnosi cambia il modo in cui guardiamo il nostro corpo. Un voto può modificare ciò che uno studente pensa di saper fare. Persino il punteggio del sonno può accompagnarci nella notte seguente: andremo a letto pensando che questa volta dobbiamo “dormire meglio”.
A quel punto la misura non sta più soltanto raccontando ciò che è accaduto. È entrata nella storia.
Anche la felicità può essere coinvolta nello stesso movimento. Ci viene chiesto spesso quanto siamo soddisfatti: di un lavoro, della città in cui viviamo, di un servizio, qualche volta della vita nel suo complesso. Diamo voti, stelle, faccine. Sono modi utili per rendere comunicabile un’esperienza che altrimenti resterebbe vaga.
Il rischio compare dopo, se a forza di misurare la felicità in certi modi cominciamo anche a imparare che cosa dovrebbe avere una vita per poter essere riconosciuta come felice.
Torniamo allora al nostro sette. Posso essere sinceramente sette e, nello stesso tempo, accorgermi che il lavoro che amo occupa quasi tutta la mia giornata. Posso stare bene con qualcuno e sentire che quella relazione mi richiede ormai più energia di quanta riesca a darle. Nessuna di queste cose dimostra che la prima risposta fosse falsa.
Semplicemente, la domanda «quanto sei felice?» non aveva raccolto quelle informazioni.
È anche da qui che nasce l’idea di una felicità che tiene. Non una felicità più autentica, nascosta sotto quella che dichiariamo, bensì un’attenzione a ciò che accade nel tempo a quello che oggi ci fa stare bene.
Il lavoro che amo lascia ancora abbastanza vita intorno a sé? In una relazione posso stancarmi, cambiare, avere bisogno di spazio senza trasformare ogni variazione in una crisi? Quello che ho costruito continua a sostenermi oppure una parte crescente delle mie energie serve ormai soltanto a conservarlo?
Non serve mettere anche queste domande dentro un nuovo punteggio. Sarebbe una conclusione piuttosto curiosa.
Possiamo lasciare che risposte diverse facciano lavori diversi. Essere felici non impedisce di essere stanchi, e amare ciò che facciamo non ci obbliga a volerlo continuare esattamente nello stesso modo. Un risultato può essere buono senza rendere intoccabile tutto ciò che lo ha prodotto.
Abbiamo bisogno delle misure proprio perché non possiamo tenere ogni domanda aperta all’infinito. Dobbiamo stabilire la temperatura, formulare una diagnosi, attribuire un voto, verificare un risultato. Anche dire «sette» può essere un modo sensato di capire qualcosa di noi.
Poi quel sette entra nella nostra vita.
Potremo ricordarlo, confrontarlo con quello di ieri, forse desiderare che domani diventi otto. Una risposta che doveva descriverci comincia così, molto naturalmente, a partecipare a ciò che faremo dopo.
Sette può restare una risposta vera.
Domani, prima di inseguire l’otto, possiamo ancora chiederci che cosa stiamo contando.


