Ciò che non si sostituisce
- Giovanni Barbera

- 5 ago
- Tempo di lettura: 4 min
Mi è capitato di innamorarmi di una persona che non si è innamorata di me.
Non c’è niente di eccezionale. Accade continuamente. E forse proprio per questo sappiamo già che cosa si dovrebbe dire: non era la persona giusta, ne arriverà un’altra, prima o poi passerà.
Sono frasi ragionevoli. Hanno però un difetto: arrivano troppo presto.

Quando ho capito che ciò che desideravo non sarebbe accaduto, non avevo perso una relazione. Quella relazione non era mai cominciata. Eppure qualcosa era finito.
Un futuro aveva già cominciato a modificare il presente.
Non servono grandi progetti. Basta aspettare un incontro in modo diverso dagli altri, immaginare una conversazione, pensare alla possibilità di fare insieme qualcosa che fino a quel momento avremmo fatto da soli. Il futuro entra nella nostra vita anche così, molto prima di diventare un programma.
Quando quella possibilità cade, perdiamo qualcosa di reale anche se non era ancora accaduto.
Il rischio viene dopo.
Questa persona non mi desidera.
Poi, quasi senza accorgercene:
Non mi desidera.
Non sono desiderato.
Forse non sarò desiderato.
Un fatto che riguarda una persona e una relazione comincia ad allargarsi. Dice qualcosa su di noi. Poi sul nostro futuro. Alla fine sembra dire qualcosa perfino su ciò che potrà ancora accaderci.
Non serve rispondere facendo il conto delle alternative: al mondo esistono tante altre persone. È vero, ma non è questo il punto. La persona che desideravamo non diventa sostituibile soltanto perché ne esistono altre.
L’insostituibilità di una possibilità perduta non significa che tutte le possibilità siano finite. Da quella fine non segue, per questo, tutto ciò che verrà dopo.
Ci sono poi perdite nelle quali la parola possibilità non basta più.
La morte di qualcuno che amiamo non è una versione più grave di un amore non corrisposto. È qualcosa di diverso. Nel primo caso viene meno una relazione che avevamo cominciato a immaginare. Nel secondo viene meno qualcuno che aveva già un posto reale nella nostra vita.
Non perdiamo soltanto un futuro.
Viene meno anche un interlocutore.
Roland Barthes cominciò a scrivere il suo Journal de deuil il giorno dopo la morte della madre. L’edizione italiana porta un titolo bellissimo: Dove lei non è.
Il lutto conosce bene questa strana geografia dell’assenza.
Succede qualcosa e per un istante sappiamo ancora a chi vorremmo raccontarlo. Pensiamo una frase che aveva già un destinatario. Entriamo in un luogo e ci accorgiamo che una parte del suo significato dipendeva dal fatto che qualcuno avrebbe potuto esserci.
Non manca genericamente una persona.
Manca quella persona nel posto preciso che aveva assunto nella nostra vita.
Una parte di noi perde l’indirizzo presso il quale era abituata a essere riconosciuta senza dover ogni volta spiegarsi.
È forse qui che la parola insostituibile acquista un significato meno sentimentale.
Non vuol dire che nessun altro potrà amarci, ascoltarci o conoscerci profondamente. Vuol dire che nessun altro potrà diventare retroattivamente colui al quale abbiamo raccontato proprio quelle cose, con cui abbiamo attraversato proprio quegli anni, davanti al quale una parte della nostra vita aveva preso forma.
Un nuovo legame può diventare altrettanto importante.
Non sarà lo stesso legame.
E non deve esserlo.
La difficoltà nasce quando cominciamo a pensare che, se qualcuno era davvero insostituibile, allora tutto ciò che viene dopo debba necessariamente contare meno.
Qui confondiamo due cose diverse: insostituibilità ed esclusività.
Se qualcuno è insostituibile, nessuno prende il suo posto.
Ma questo non significa che nella nostra vita non possa formarsi nessun altro posto.
Altrimenti avremmo soltanto due possibilità. O ciò che abbiamo perso viene lentamente sostituito da qualcos’altro, oppure deve conservare per sempre una specie di privilegio su tutto ciò che viene dopo.
La prima possibilità impoverisce ciò che abbiamo perso.
La seconda impoverisce ciò che resta.
Qualcosa può invece conservare la propria singolarità mentre altro acquista valore senza competere con essa.
Un nuovo amore non corregge quello precedente. Una persona incontrata dopo non prende il posto di quella che non c’è più.
Ciò che cambia è il numero delle cose che possono contare insieme a quell’assenza.
La felicità, allora, non arriva necessariamente quando il dolore è terminato. Non richiede che ciò che manca smetta di mancare. E non ci chiede di convincerci che ciò che abbiamo perduto fosse meno importante di quanto pensavamo.
Può accadere qualcosa di più semplice.
L’assenza continua ad avere peso mentre altre cose cominciano ad averne.
Questo vale, su un’altra scala, anche per la delusione da cui ero partito.
Una persona può non ricambiare ciò che proviamo. Quella possibilità può chiudersi davvero. Non abbiamo bisogno di convincerci che fosse irrilevante.
Da quella conclusione, però, non segue che l’amore per noi sia finito lì.
Nel dolore questo passaggio avviene facilmente: da una persona passiamo a noi stessi, da un momento al futuro, da una possibilità perduta a tutto il possibile. E può sembrarci un’evidenza proprio perché non lo avvertiamo come un ragionamento.
Una vita può essere davvero modificata da ciò che perde. Alcune assenze cambiano il modo in cui immaginiamo gli anni successivi, le persone a cui ci rivolgiamo, perfino alcune parti di noi che con qualcuno riuscivano a esistere più facilmente.
Il punto non è cancellarne gli effetti.
È fin dove possono arrivare a decidere.
Una perdita può occupare una parte enorme della nostra vita senza diventare il criterio con cui misurare tutto ciò che potrà ancora avere valore.
E qui la felicità non coincide con il ritorno alla situazione precedente. Dopo certe perdite quel ritorno non è nemmeno possibile.
Può cambiare, invece, la distribuzione di ciò che conta.
L’assenza resta. Quel posto non viene occupato da altro. Ciò che acquista valore altrove non deve essere una copia, una compensazione o una smentita.
Una perdita può essere irreparabile senza rendere irreparabile l’intera vita.
Se promettiamo che il dolore finirà, diciamo più di quanto possiamo sapere. Se diciamo che qualcosa prenderà il posto di ciò che manca, probabilmente diciamo qualcosa di falso.
La felicità non ha bisogno di nessuna delle due promesse.
Può esistere anche in una vita nella quale ciò che è stato perduto continua a contare mentre altro torna ad avere valore.
Ciò che manca continua a mancare.
Smette soltanto, qualche volta, di dover decidere da solo la forma di tutto ciò che resta.


