Quando la frontiera funziona
- Giovanni Barbera

- 7 giorni fa
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Ceuta occupa poco più di diciotto chilometri quadrati sulla costa africana. È una città autonoma spagnola, territorio dell’Unione europea con uno statuto particolare, stretta fra il Marocco e il Mediterraneo. Alla fine di luglio, senza che la geografia cambiasse di un metro, quel confine ha cominciato a significare qualcosa di diverso per decine di migliaia di persone.
Tra il 30 e il 31 luglio le autorità spagnole hanno contato circa 72.000 ingressi; quelle marocchine ne hanno stimati circa 40.000. Juan Jesús Vivas, presidente di Ceuta, ha parlato il 6 agosto di circa cento morti. I conteggi successivi sono rimasti discordanti, con stime più elevate formulate anche da organizzazioni per i diritti umani: un bilancio che, mentre si scrive, non può ancora essere considerato definitivo.

Quasi nulla, materialmente, era cambiato. La recinzione era al suo posto e il mare aveva la stessa larghezza. Era cambiata la percezione di ciò che quella frontiera permetteva.
Nelle settimane precedenti avevano cominciato a circolare sui social video, indicazioni sui percorsi e messaggi secondo i quali raggiungere Ceuta sarebbe diventato più facile. Fra gli argomenti utilizzati compariva una sentenza del Tribunal Supremo dell’8 luglio. I giudici avevano escluso, nei casi esaminati, l’applicazione del particolare meccanismo del rechazo en frontera alle persone intercettate in mare mentre tentavano di raggiungere Ceuta o Melilla a nuoto. La decisione non riconosceva alcun diritto automatico a rimanere in Spagna.
Nel passaggio da una decisione giuridica precisa ai video circolati su migliaia di telefoni, quella distinzione poteva ridursi a un messaggio elementare: adesso si può passare. Le analisi emerse nei giorni successivi hanno mostrato che non si trattava soltanto della diffusione occasionale di informazioni deformate: attraverso gruppi e reti sociali sono circolati indicazioni, inviti e forme di coordinamento che hanno contribuito alla mobilitazione. Questo non consente, da solo, di attribuirne la regia alle autorità marocchine. Le interpretazioni distorte della sentenza hanno comunque alimentato il movimento insieme alle difficoltà economiche e alle aspettative di chi già guardava all’Europa come a una possibilità di vita diversa.
La vicenda rende visibile qualcosa che le mappe tendono a nascondere.
Sulla carta un confine è una linea. Di qua uno Stato, di là un altro. La geometria offre una chiarezza rassicurante: indica dove termina una giurisdizione e sembra consegnarci un dentro e un fuori già pronti.
Georg Simmel invitava a rovesciare lo sguardo. Il confine non è soltanto un fatto spaziale dal quale derivano conseguenze sociali. Una distinzione sociale e politica prende forma nello spazio; la linea la rende visibile e, una volta tracciata, contribuisce a consolidarla.
A Ceuta, intorno a quella linea, agiscono leggi, tribunali, procedure, controlli, documenti, informazioni vere o false, aspettative su ciò che accadrà raggiungendo l’altra parte. Nessuno di questi elementi coincide da solo con il confine. È nel loro intreccio che la frontiera viene praticata e vissuta.
Étienne Balibar ha parlato della polisemia dei confini: una frontiera non possiede lo stesso significato per tutti. Ceuta mostra quanto rapidamente una differenza di significato possa tradursi in margini di movimento molto diversi.
Per qualcuno attraversare una frontiera significa mostrare un documento e aspettare qualche minuto. Per altri la possibilità stessa di muoversi incontra una procedura, un divieto, talvolta un rischio fisico. Cittadinanza, status giuridico, disponibilità economica, provenienza cambiano profondamente l’esperienza della stessa delimitazione.
Una frontiera esiste anche per questo. Stabilisce condizioni di accesso, distingue status, delimita l’esercizio del potere pubblico. Che produca trattamenti differenti non basta, da solo, a contestarne la legittimità.
Restare fuori dal territorio non significa restare fuori dagli effetti della frontiera. Le sue regole modificano le possibilità di movimento, stabiliscono le procedure applicabili, incidono sui rischi dell’attraversamento e sulle condizioni alle quali sarà possibile entrare o tornare indietro. Si può essere territorialmente fuori e trovarsi dentro una relazione che continua ad agire sulla propria vita.
Nei primi giorni di agosto, il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska riferiva che circa 70.000 delle 72.000 persone conteggiate dalla Spagna avevano già lasciato Ceuta. Secondo il ministro, gli altri Paesi dell’Unione avevano riconosciuto la rapidità e l’efficacia della risposta spagnola.
È un risultato che va preso sul serio. Il picco degli ingressi è cessato rapidamente e il controllo della frontiera è stato ristabilito. Questo non significa che tutte le conseguenze della crisi siano rientrate: migliaia di persone sono rimaste a Ceuta e, in particolare, la presenza di un numero molto elevato di minori ha continuato a mettere sotto pressione il sistema di accoglienza.
Funzionare e tenere, però, non sono la stessa cosa.
Una risposta può raggiungere con efficacia l’obiettivo che le è stato assegnato. La sua riuscita dice che quell’obiettivo è stato raggiunto; non esaurisce ciò che accade nell’assetto che viene ristabilito. Anche le conseguenze sulle persone coinvolte appartengono alla sua continuità.
Ceuta non offre spiegazioni semplici. Il disagio economico in Marocco, le aspettative di raggiungere l’Europa, le informazioni fuorvianti e le forme di mobilitazione attraverso i social hanno contribuito alla crisi. Sul ruolo delle autorità marocchine il quadro rimane controverso: Rabat nega di avere deliberatamente allentato i controlli, mentre da Ceuta e da ambienti europei sono arrivate accuse e sospetti in quella direzione. Gli elementi emersi finora non consentono di trasformare quei sospetti in una conclusione certa.
Resta da osservare quali conseguenze la gestione concreta di una frontiera produca, modifichi o redistribuisca.
L’efficacia porta naturalmente lo sguardo verso il risultato atteso. Gli ingressi dovevano diminuire e sono diminuiti. Il controllo doveva essere ristabilito ed è stato ristabilito. Sono risultati reali, e misurarli è necessario. Il problema nasce se, raggiunto quel risultato, smettiamo di guardare a ciò che continua ad accadere attorno alla frontiera.
Anche dopo il ritorno al controllo, possibilità e rischi restano distribuiti in maniera diseguale. Alcuni attraversano con un documento, altri aspettano, altri vengono respinti o affrontano il mare. Questi esiti dipendono anche da norme legittime, status giuridici differenti e condizioni che la frontiera non ha creato. Restano parte della realtà sulla quale interviene.
Il “fuori”, allora, non è soltanto ciò che resta oltre una linea. È anche uno dei luoghi nei quali diventano visibili gli effetti concreti delle distinzioni operate alla frontiera.
Gli status giuridici restano diversi, e con essi diritti e procedure. Ciò che cambia è il perimetro del giudizio: gli effetti di una politica non diventano irrilevanti perché ricadono sulle persone che quella politica mantiene fuori.
Qui comincia una responsabilità politica elementare, prima ancora di decidere chi possa entrare e a quali condizioni: continuare a considerare le conseguenze quando valutiamo le scelte con cui una frontiera viene governata.
A Ceuta il controllo è stato ristabilito rapidamente. In questo senso la frontiera ha funzionato. Il verbo descrive un risultato reale: è tornata la capacità di governare gli ingressi. Lungo quella stessa frontiera, possibilità di movimento, protezioni e rischi restano distribuiti in modo molto diverso.


