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Quando una domanda è finita?

  • Immagine del redattore: Giovanni Barbera
    Giovanni Barbera
  • 2 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Il 27 giugno 1980 un DC-9 partito da Bologna e diretto a Palermo precipitò nel Tirreno. Morirono tutte le 81 persone a bordo. Quarantasei anni dopo Sergio Mattarella, ricordando la strage di Ustica, ha scritto che la ricerca della verità ha portato a «risultati significativi». Nello stesso messaggio ha aggiunto che ricomporre quanto avvenne quella sera rimane un «dovere irrinunciabile».



Le due affermazioni stanno insieme senza contraddirsi.

Diventano difficili da conciliare soltanto se immaginiamo una vicenda come una porta che possa essere aperta oppure chiusa una volta per tutte. Finché resta una domanda, niente sarebbe davvero acquisito. Una volta ottenuta una risposta, tutto il resto dovrebbe perdere importanza.


Ustica costringe a usare parole più precise.


Una risposta può essere conclusiva rispetto alla domanda che la orienta senza contenere tutto ciò che potrebbe essere detto sul suo oggetto.

Se cerco di capire perché un pagamento non è arrivato e accerto che il bonifico è stato respinto per un determinato errore, posso aver concluso quella ricerca. Molte altre cose rimarranno fuori: le circostanze in cui il pagamento è stato disposto, altri movimenti sul conto, perfino una storia più ampia fra le persone coinvolte. La loro assenza non rende incompleta la risposta che cercavo. Non appartenevano a quella domanda.


Può però mancare qualcosa di tutt’altro genere.

Se proprio il passaggio necessario a stabilire perché il pagamento sia stato bloccato non è stato accertato, non abbiamo semplicemente un’informazione in meno. Manca ancora qualcosa che quella domanda chiedeva.

In entrambi i casi resta fuori qualcosa. Il fatto che resti fuori non basta a dirci che cosa sia.

Una vicenda come Ustica rende questa differenza difficile da eludere. Sapere che nessuna ricostruzione conterrà ogni particolare possibile non autorizza a considerare qualsiasi mancanza come inevitabile. E il fatto che una ricerca prosegua non trasforma, per questo solo motivo, in nulla ciò che altri accertamenti hanno già permesso di stabilire.


Abbiamo bisogno che sia così.


Concludere non è una debolezza del pensiero. Una decisione deve poter essere assunta, un’inchiesta deve poter produrre risultati. Altrimenti ogni nuova informazione renderebbe nuovamente provvisorio tutto ciò che la precede.

Non avremmo più conclusioni. Avremmo soltanto soste.


John Dewey pensava l’indagine come il passaggio da una situazione ancora indeterminata a una configurazione abbastanza determinata da permetterci di orientarci e procedere. Una conclusione, vista così, non richiede che dell’oggetto non resti più nulla da sapere. Permette alla ricerca che l’ha prodotta di arrivare davvero a un esito.

Una conclusione fa qualcosa di molto concreto: ci libera dal dover ripetere indefinitamente la stessa operazione. Possiamo assumerne il risultato e occuparci d’altro.

La difficoltà nasce quando questo arresto, necessario, cambia silenziosamente significato. Abbiamo finito un lavoro e cominciamo a comportarci come se non potesse esisterne nessun altro sullo stesso oggetto.


A volte accade anche il contrario. Qualcosa cambia e ci convinciamo che ciò che avevamo concluso non fosse mai stato davvero concluso.

Immaginiamo di avere accettato anni fa un lavoro perché offriva determinate condizioni. Se quelle condizioni esistevano davvero e oggi non esistono più, non siamo obbligati a riscrivere la scelta di allora. Può essere stata perfettamente sensata. Il cambiamento pone una domanda nuova: ha ancora senso restare oggi?


Diverso sarebbe scoprire che una circostanza decisiva sulla quale avevamo basato quella scelta era già falsa allora. La nuova informazione raggiungerebbe le ragioni su cui quella scelta si reggeva e potrebbe costringerci a riesaminarla.

Non tutto ciò che viene dopo riscrive ciò che è venuto prima.

Nelle nostre vite, però, la possibilità di farlo è quasi sempre disponibile. Possiamo tornare su una scelta perché oggi conosciamo conseguenze che allora ignoravamo, perché siamo cambiati, perché riusciamo ancora a immaginare la strada che non abbiamo preso.


Se bastasse questo, quasi nulla sarebbe mai davvero concluso. Una biografia diventerebbe una revisione permanente di se stessa.

Abbiamo invece bisogno che alcune domande possano perdere presa. Non perché ogni loro significato sia stato esaurito, ma perché il lavoro che chiedevano è finito e ciò che viene dopo può appoggiarsi a quel risultato senza doverlo produrre di nuovo.


Quando immaginiamo una vita felice, forse immaginiamo anche questa disponibilità di tempo. Avere sistemato alcune cose, non dover tornare ogni mattina sulle stesse decisioni, poter dare attenzione a ciò che ancora non conosciamo.

La pacificazione, però, può diventare un criterio troppo sbrigativo. Il desiderio di procedere non conclude una domanda al nostro posto. Se manca ancora proprio ciò che quella domanda richiedeva, smettere di formularla interrompe il lavoro; non lo compie.

Voler smettere di chiedere è una ragione umanissima. Non è sempre una risposta alla domanda.


Vale anche la cautela opposta. Il passato offre possibilità quasi inesauribili di interrogazione. Potremmo ancora domandarci perché una persona abbia pronunciato una certa frase vent’anni fa, quali motivazioni ignorassimo dietro una decisione, che cosa sarebbe successo scegliendo diversamente. Il fatto che queste domande possano essere formulate non assegna loro automaticamente un diritto sul nostro tempo.


Una scelta conclusa può continuare ad avere conseguenze. Un fatto accertato può modificare per sempre ciò che faremo dopo. La persistenza di questi effetti non rende, da sola, incompiuto il lavoro che ci aveva permesso di arrivare a quella conclusione.

Abbiamo bisogno di poter concludere perché abbiamo bisogno di tempo.

Non soltanto del tempo che passa. Del tempo che si libera quando una decisione non deve essere nuovamente presa, quando ciò che abbiamo compreso può restare acquisito senza che la stessa operazione continui a occupare il presente.


È anche per questo che una vita non deve essere completamente risolta per diventare abitabile.

La differenza non la decide il numero delle cose che ignoriamo. Conta che cosa chiedeva la domanda che abbiamo posto e se il lavoro necessario a risponderle sia stato davvero compiuto.

Forse è questo che rende insufficiente l’ideale di una vita “risolta”.


Non serve che ogni parte del passato trovi la propria spiegazione definitiva. Ciò che è stato davvero concluso deve poter restare acquisito. Il tempo trascorso, invece, non completa da solo ciò che una domanda ancora richiede.

Una vita felice potrebbe cominciare anche da questa libertà: non dover risolvere tutto prima di andare avanti.

 
 
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