Ciò che torna possibile
- Giovanni Barbera

- 20 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 4 giorni fa
Sul cruscotto si accende una spia. La prima reazione è quasi sempre la stessa: vorremmo che si spegnesse. Se conosciamo il problema, interveniamo; se sembra poca cosa, aspettiamo. A volte basta riavviare e il segnale scompare. Il viaggio può continuare.
È una buona notizia. Nessuno desidera guidare con una luce rossa accesa davanti agli occhi. Più difficile è capire che cosa concludere dalla sua scomparsa.

Negli ultimi anni abbiamo imparato ad applicare una parola a situazioni molto diverse: resilienza. La attribuiamo alle persone che attraversano un periodo difficile, alle imprese che superano una crisi, alle città che ripartono dopo una catastrofe. Il successo del termine si spiega facilmente. Nomina qualcosa di cui abbiamo davvero bisogno: assorbire un urto senza lasciare che ogni arresto decida definitivamente ciò che verrà dopo.
Nel 1973 l’ecologo canadese C. S. Holling mise a fuoco una distinzione utile. La stabilità riguardava soprattutto la rapidità con cui un sistema ritorna verso una condizione di equilibrio; la resilienza indicava invece quanto potesse assorbire una perturbazione senza perdere le relazioni fondamentali che lo caratterizzavano.
L’elastico che viene tirato e torna identico a prima è una metafora troppo povera. Resistere a un cambiamento non coincide con il semplice ripristino di ciò che c’era.
A recupero avvenuto, resta qualcosa da capire.
Un’interruzione rende talvolta percepibili aspetti che l’ordinario lasciava sullo sfondo. Un limite oltrepassato da tempo acquista contorni più netti; una dipendenza che sembrava marginale diventa evidente nell’assenza di ciò da cui dipendevamo. In altri casi non emerge nulla del genere. Una malattia può essere soltanto una malattia; un incidente o un lutto non portano con sé per forza una lezione. Trasformare ogni dolore in un messaggio sarebbe soltanto un altro modo di caricarlo di un compito.
Alcune interruzioni aprono una domanda, e il ritorno alla normalità rischia di richiuderla molto in fretta.
La febbre scende, torna l’appetito, una passeggiata non ci stanca più. I gesti rimasti sospesi diventano di nuovo facili. Una parte del sollievo sta anche nel non dover pensare di continuo a ciò che ci aveva fermati.
Per Georges Canguilhem, la salute non coincide con il semplice ritorno a una norma precedente. In Il normale e il patologico, un organismo sano può istituire nuove norme nel rapporto con condizioni mutate.
La guarigione non ha sempre alle spalle un modello intatto da restaurare.
Riuscire di nuovo a fare qualcosa non obbliga a farla nello stesso modo di prima.
A volte la riparazione basta. Un guasto era davvero soltanto un guasto. Una malattia passa e la vita precedente riprende senza bisogno di attribuirle un senso ulteriore.
Anche dimenticare è una capacità vitale.
Se ogni interruzione restasse presente con la stessa intensità, vivremmo in allarme permanente. Stare meglio significa anche lasciare che una paura perda urgenza e tornare a occupare le giornate con altro.
Il momento più ambiguo arriva con il ritorno della forza. Una relazione ridiventa praticabile, un ritmo prima insostenibile rientra nella nostra portata. Possiamo ricominciare, e quel semplice poterlo fare assomiglia già a una risposta.
Una crisi non acquista autorità solo perché ci ha fatto soffrire. Quello che ci è sembrato evidente in quei giorni era forse parziale, magari sbagliato. Tra quelle impressioni può esserci anche un limite che merita ancora attenzione. Aver ritrovato la forza di oltrepassarlo lascia la questione aperta.
La tenuta non coincide con il semplice resistere. Il desiderio di continuare non basta a giustificare tutto ciò che vogliamo conservare.
Ci sono relazioni che attraversano una crisi e ritrovano spazio, lavori che tornano praticabili in condizioni diverse. In altri casi andare avanti continua a consumare qualcosa senza restituirlo. Una volta riconosciuto, quel costo entra nella scelta di continuare.
La resilienza conserva tutto il proprio valore. Ci evita di consegnare il futuro al primo urto. Aver preservato qualcosa lascia ancora da decidere quanto spazio debba occupare nella nostra vita.
Una famiglia può trascinarsi per anni uno squilibrio perché una persona continua a compensarlo. Sul lavoro, settimane eccezionali possono susseguirsi senza diventare mai ordinarie sulla carta, proprio perché qualcuno riesce ogni volta ad assorbirle. Che queste persone riescano a riprendersi è un bene. La frequenza con cui è stato necessario chiedere loro di reggere, però, può diventare meno evidente.
Poi la forza torna e molte cose rimaste per un tempo fuori portata ridiventano accessibili.
Possiamo riprenderle. Il rischio è credere che, solo perché possiamo farlo, la decisione sia già presa.


