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La felicità non si spiega da sola

  • Immagine del redattore: Giovanni Barbera
    Giovanni Barbera
  • 29 lug
  • Tempo di lettura: 5 min

«Sto bene.»


È una frase che possiamo pronunciare senza sapere molto altro.


Non dimostra che abbiamo finalmente capito la nostra vita. Non garantisce che domani staremo allo stesso modo e nemmeno che, ripensandoci fra qualche anno, chiameremo ancora felicità ciò che oggi chiamiamo così. Dice qualcosa di più circoscritto: in questo momento avvertiamo una qualità dell’esperienza che riconosciamo come buona.


Poi arriva una domanda diversa.

Da che cosa dipende?



Le risposte più immediate assomigliano spesso alla prima frase. «Ho trovato il mio equilibrio». «Sono finalmente sereno». «Sto bene con me stesso».

Possono essere descrizioni molto precise. Come spiegazioni, qualche volta girano su se stesse. Se sto bene perché ho trovato il mio equilibrio e so di aver trovato il mio equilibrio perché finalmente sto bene, sono tornato al punto di partenza con una parola in più.


Succede di continuo: diamo un nome convincente a ciò che proviamo e quel nome comincia a sembrare anche la ragione per cui lo proviamo.


Descrivere un’esperienza e ricostruire da che cosa dipende sono però due lavori diversi.

Pensiamo a una sera qualsiasi. La cena è finita. La persona che abbiamo accanto non ci costringe a scegliere ogni parola. Intorno non c’è rumore. Il corpo, per qualche ora, non reclama attenzione.


A un certo punto ci accorgiamo che stiamo bene.


È difficile che, nello stesso istante, pensiamo anche al silenzio della stanza o al fatto che quella relazione non richiede sorveglianza. Non perché siano dettagli irrilevanti. Proprio perché, in quel momento, non hanno bisogno di farsi notare.


Molte condizioni restano sullo sfondo finché fanno il loro lavoro.

Il silenzio diventa evidente all’arrivo del trapano del vicino. Il sonno sembra appartenere soltanto al nostro corpo finché rumori, allarmi o richieste non cominciano a contendercelo. Una relazione affidabile può restare per anni sullo sfondo e mostrare quanto contasse nel momento in cui quell’affidabilità vacilla.


Ciò che sostiene un’esperienza non è obbligato a comparire insieme all’esperienza che sostiene.


Possiamo quindi sapere parecchio su come ci sentiamo e molto meno su ciò che rende possibile quel sentire. Non è un fallimento dell’introspezione. Guardarsi dentro permette di cogliere qualcosa che nessun osservatore esterno può sostituire. Il problema nasce se chiediamo a quella prospettiva di rispondere a ogni domanda.


Un primo piano fotografico può essere perfettamente nitido. Mostra un volto, un’espressione, magari una lacrima. Per capire perché quella persona stia piangendo potrebbe non bastare. Non perché un’inquadratura più larga sia sempre più vera. Semplicemente, la domanda è cambiata.

Forse accanto a quel volto c’è qualcuno che non vedevamo. Forse una porta si è appena chiusa.

Il primo piano non mentiva. Stava mostrando altro.


«Sto bene» funziona in maniera simile. Dice qualcosa di reale sul punto in cui un’esperienza prende forma in prima persona. Non racchiude automaticamente tutto ciò che serve per comprenderne le dipendenze.

L’esperienza ha un indirizzo molto chiaro: succede a me. Ciò che la sostiene è molto meno raccolto. Una parte riguarda il corpo, una parte il tempo di cui dispongo, altre persone, luoghi, abitudini, possibilità che mi sono state concesse o negate. Alcune condizioni le ho contribuito a costruire; altre mi precedono o dipendono da decisioni che non controllo.

Sentire tutto questo in un solo punto rende facilissimo attribuire a quel punto anche ciò che lo rende possibile.


La serenità è mia, dunque devo averla costruita io. Se la perdo, dovrò probabilmente ripararla dentro di me.

Il passaggio è comprensibile. Non è contenuto nella premessa.

Essere il luogo in cui qualcosa viene vissuto non significa essere anche il luogo dal quale se ne possono ricostruire tutte le dipendenze.

Lo sperimentiamo anche senza pensarci. Parliamo una lingua molto prima di saperne formulare le regole. La usiamo bene senza che, mentre parliamo, dobbiamo tenere contemporaneamente davanti agli occhi tutto ciò che la rende possibile.


Anche nella vita ritmi, appoggi, consuetudini e relazioni possono restare operanti senza diventare ogni volta oggetto della nostra attenzione.

Questo non significa che dietro la felicità esista una spiegazione nascosta e completa che qualcuno, prima o poi, potrebbe finalmente scoprire.

Sarebbe lo stesso errore capovolto.

Prima avremmo collocato tutto nell’individuo. Poi sposteremmo tutto in una rete di condizioni esterne, immaginando che basti ricostruirle una per una per possedere la formula della felicità.


Ma aggiungere informazioni non equivale a spiegare meglio.


Torniamo a quella sera. Possiamo annotare la temperatura della stanza, la musica, ciò che abbiamo mangiato, l’ora dell’ultima telefonata. La lista può diventare lunghissima senza dirci quali elementi abbiano avuto davvero peso nell’esperienza.


Che cosa cambierebbe se mancasse?


Forse con un’altra musica non cambierebbe quasi nulla. Con una telefonata di lavoro ogni venti minuti, quella stessa serata potrebbe assumere un’altra qualità. Forse il colore della stanza non conta affatto. La possibilità di non dover rispondere a nessuno, sì.

Non abbiamo trovato «la causa della felicità». Abbiamo reso visibile qualcosa che, rispetto alla domanda che stavamo ponendo, conta.


È spesso attraverso variazioni di questo tipo che capiamo qualcosa in più. Un elemento prima confuso con lo sfondo acquista rilievo; altro rimane ai margini. Non per questo la spiegazione è falsa. Semplicemente, non è una veduta completa.

Anche l’interiorità, vista così, cambia leggermente aspetto.


Non dobbiamo scegliere fra una felicità «dentro» e una felicità «fuori». Il vissuto in prima persona è reale. È il punto in cui corpo, tempi, relazioni, luoghi e memoria diventano esperienza.

Il fatto che qualcosa venga vissuto da me, però, non basta a rendere individuali tutte le sue condizioni.

Posso avere un accesso al mio sentire che nessun altro può sostituire e avere comunque bisogno di guardare altrove per capire perché proprio questo momento abbia questa qualità.

La distinzione diventa concreta nel modo in cui proviamo a prenderci cura di ciò che ci fa stare bene.


Lavorare su di sé può essere prezioso. Possiamo imparare a riconoscere una paura, modificare un’abitudine, chiedere aiuto, cambiare il modo in cui reagiamo. Ma se una certa tensione compare puntualmente in un luogo e scompare altrove, oppure se la serenità torna ogni volta che una relazione smette di esigere spiegazioni continue, quella variazione ci sta dicendo qualcosa che nessun lavoro interiore dovrebbe avere interesse a cancellare.


Non occorre decidere se la risposta sia dentro o fuori di noi. Occorre capire che cosa, in quella situazione, modifica davvero l’esperienza.

Vorremmo poter conoscere la felicità abbastanza bene da renderla ripetibile. Se dipende da una tecnica, possiamo rifarla. Se viene da noi, possiamo allenarla. Se possiede una formula, possiamo conservarla.


L’esperienza offre meno garanzie.


Possiamo riconoscere che stiamo bene senza disporre nello stesso gesto della spiegazione completa di quel benessere. A volte ci accorgiamo del peso di qualcosa soltanto nel momento in cui cambia. Possiamo correggere una spiegazione che ieri sembrava convincente senza dover concludere che ieri non sapessimo niente.


«Sto bene» resta una frase importante.

Semplicemente, non contiene ancora la risposta alla domanda successiva.

 
 
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