Mentre parliamo
- Giovanni Barbera

- 31 lug
- Tempo di lettura: 5 min
Dum loquimur, fugerit invida aetas.
Il verso è di Orazio. Viene poco prima del più celebre carpe diem, che nei secoli ha avuto una fortuna incomparabilmente maggiore. Cogli il giorno, non affidarti troppo al domani: poche formule antiche sono riuscite a diventare con altrettanta facilità un consiglio per il presente.
Eppure le parole che lo precedono contengono qualcosa di più strano.
Mentre parliamo, il tempo sarà già fuggito.

Non fugge soltanto. Orazio usa una forma che permette di guardare ciò che sta accadendo dal punto in cui sarà già accaduto. Il presente rimane il luogo nel quale stiamo parlando e porta insieme la prospettiva del proprio essere trascorso.
Ulisse Dogà ha dedicato "Un tempo altro, estraneissimo. Studio sul futuro composto in poesia" proprio alla forza che il futuro composto acquista nella poesia. Una forma verbale abbastanza ordinaria – quando arriverai, avrò finito – può produrre uno spostamento singolare: qualcosa non è ancora avvenuto e già possiamo guardarlo dal momento successivo, quando sarà diventato anteriore a qualcos’altro.
Lo facciamo continuamente.
Quando sarà passato questo periodo.
Quando avrò finito.
Quando i figli saranno cresciuti.
Quando finalmente capirò che cosa è stata questa scelta.
Ci portiamo un poco più avanti e da lì guardiamo ciò che stiamo vivendo.
Non è necessariamente una fuga dal presente. Pensare che qualcosa avrà avuto una fine restituisce un bordo a ciò che, mentre accade, sembra occupare tutto. Una decisione deve poter diventare una decisione presa. Un lavoro deve poter essere terminato. Ciò che abbiamo compreso deve, a un certo punto, poter essere usato senza essere nuovamente dimostrato.
Abbiamo bisogno di poter concludere perché abbiamo bisogno di tempo.
Ma il tempo reso disponibile da una conclusione non possiede ancora, per il semplice fatto di esserci, una forma.
Una giornata libera può bastare a mostrarlo. Abbiamo diverse ore davanti e, alla sera, la sensazione che quasi nulla abbia trovato posto. Non sempre perché siamo stati interrotti. Ci sono interruzioni dopo le quali torniamo a ciò che stavamo facendo senza fatica; altre molto brevi ci costringono a ricostruire il filo, il tono, perfino la disposizione con cui avevamo cominciato.
La differenza non sta soltanto nella quantità di tempo trascorsa.
Sta anche in ciò che il tempo lascia disponibile.
È uno dei motivi per cui la felicità ha un rapporto meno semplice con il tempo di quanto suggerisca la richiesta di averne di più. Più ore senza lavoro, più giorni liberi, più spazio per ciò che conta possono cambiare moltissimo una vita. Una volta ottenuto quello spazio resta però da capire che cosa riesca a mantenervisi.
Un’amicizia lo mostra bene.
Possiamo conoscere qualcuno da vent’anni e aver trasformato quella continuità cronologica in poco più di una data. Ci vediamo, ripetiamo episodi conosciuti, sappiamo ormai quali domande evitare.
E possiamo incontrare un amico tre volte in un anno senza avere la sensazione di ricominciare ogni volta.
Sono passati mesi. Nel frattempo sono cambiate cose importanti. La conversazione non riparte dal punto in cui l’avevamo lasciata e non potrebbe farlo. Eppure non dobbiamo ricostruire da capo il motivo per cui certe parole possono essere dette proprio lì.
Qualcosa ha attraversato l’assenza.
Non è rimasto identico. E non è sopravvissuto semplicemente perché richiedeva poco lavoro. Una relazione ha bisogno di attenzioni, aggiustamenti, qualche volta di ricostruzioni profonde. Quelle trasformazioni possono però avvenire su condizioni che non devono essere prodotte nuovamente da zero a ogni incontro.
È una qualità che si vede bene quando manca.
Ci sono relazioni nelle quali bisogna continuamente ristabilire che cosa ci si può permettere di dire. Ambienti nei quali una fiducia conquistata ieri non alleggerisce affatto il lavoro necessario a renderla credibile oggi.
Qualcosa continua, eppure gran parte dell’energia viene spesa per ricostituire ogni volta le condizioni che dovrebbero permettergli di continuare.
Durare, allora, non significa attraversare il tempo senza interruzioni.
Una pausa può proteggere una forma. Una distanza può modificarla senza distruggerla. Ciò che conta è che attraverso questi passaggi restino disponibili le condizioni che permettono a qualcosa di trasformarsi senza essere ogni volta rifondato.
Anche una frase possiede una strana qualità di questo genere.
Nessuna frase viene pronunciata tutta insieme. Quando arriviamo alle ultime parole, le prime sono già passate. Eppure continuano a operare nella comprensione di ciò che stiamo dicendo. Una parola finale può perfino modificare il senso attribuito all’inizio senza obbligarci a ricominciare dalla prima sillaba.
Forse "dum loquimur" interessa anche per questo.
Non perché Orazio ci consegni una teoria della durata. Il verso tiene semplicemente insieme il parlare che sta accadendo e il tempo che, nello stesso gesto, sarà già fuggito.
Dogà ci invita a prendere sul serio la forza di quel "fugerit". Resta una domanda diversa.
Che cosa continua a operare mentre qualcosa accade?
Il futuro anteriore rende possibile vedere un evento dal punto in cui sarà diventato compiuto. Può raccogliere un’esperienza, darle forma, permetterci di riconoscere più tardi qualcosa che durante il suo svolgersi non riuscivamo ancora a nominare.
Anche dire «sono stato felice», o immaginare oggi che un giorno potremo dire «sarò stato felice», può avere un valore reale.
La frase non contiene però, da sola, ciò che ha permesso a quella felicità di mantenersi attraverso il tempo.
Troviamo allora un lavoro molto meno spettacolare: una consuetudine modificata prima di diventare insopportabile, una relazione nella quale il silenzio non deve ogni volta essere interpretato come un ritiro, un luogo al quale possiamo tornare senza doverne riconquistare continuamente l’accesso.
Nessuno di questi elementi produce da solo la felicità.
Possono però contribuire a una qualità decisiva del suo tempo: ciò che ci fa stare bene non rimane un episodio costretto a riconquistare continuamente le proprie condizioni di esistenza.
Siamo molto sensibili ai momenti nei quali qualcosa comincia. Un amore, un progetto, una decisione, una nuova abitudine. Riconosciamo facilmente anche ciò che finisce.
Fra questi estremi avviene un lavoro meno visibile.
Un orario viene modificato. Una conversazione può essere lasciata sospesa. Un’abitudine cambia abbastanza da restare praticabile.
È anche attraverso queste piccole manutenzioni che qualcosa conserva presa senza restare identico.
La felicità di cui parla La felicità che tiene si misura anche a questo livello: nelle condizioni grazie alle quali ciò che ha acquistato valore può entrare nel tempo ordinario senza essere subito ricacciato nell’eccezione.
Per questo la longevità, da sola, dice poco.
Un lavoro può proseguire per quindici anni, una coppia per trenta, una procedura per decenni. Una forma può conservarsi mentre consuma lentamente ciò che la rende abitabile. Qualcuno assorbe ogni variazione, compensa ogni mancanza, ripara ciò che altrimenti smetterebbe di funzionare.
La continuità può dunque avere costi molto diversi, e non tutti li pagano allo stesso modo.
La possibilità di lasciare qualcosa sospeso sapendo che potrà essere ripreso non è distribuita uniformemente. C’è chi può fermarsi senza perdere il proprio posto e chi, appena interrompe il ritmo, deve riconquistare condizioni elementari che altri possono dare per acquisite.
Anche per questo possedere tempo e poterlo abitare non coincidono.
Una vita che dispone di appoggi sufficienti può destinare parte delle proprie energie a ciò che ancora non esiste. Un’altra può consumarne una quantità enorme soltanto per mantenere disponibile ciò che aveva già costruito.
Il futuro anteriore continua a fare il proprio lavoro. Ci saranno esperienze che comprenderemo meglio dopo, decisioni la cui portata apparirà soltanto quando saranno diventate antecedenti di altro, periodi dei quali sapremo riconoscere la qualità soltanto una volta terminati.
Sapere che qualcosa sarà stato, però, non contiene ancora il modo in cui riuscirà a mantenersi.
La durata appartiene a quel lavoro meno visibile attraverso il quale una forma cambia e resta disponibile senza perdere a ogni passaggio tutto ciò che la precede.
Avere tempo resta necessario.
Forse una parte della felicità sta anche qui: nel fatto che ciò che conta possa attraversare il tempo senza dover essere ogni volta ricostruito dalle fondamenta.


