Non era sulla scheda

Durante la campagna per le elezioni americane Donald Trump aveva chiesto più volte ai suoi sostenitori di comportarsi come se il suo nome fosse sulla scheda. Era un modo per chiamarli a votare anche per lui, pur non essendo candidato. Quando il 3 novembre i Repubblicani hanno perso il controllo del Congresso, ha ricordato invece che il suo nome non compariva fra quelli da scegliere. Se ci fosse stato, ha aggiunto, il partito avrebbe vinto a valanga.

Le due dichiarazioni invitano a una facile ironia. Prima Trump chiede di essere giudicato; dopo la sconfitta rivendica di non essersi presentato. Eppure entrambe contengono qualcosa di vero. Il presidente aveva legato la campagna alla propria figura, cercando di trasferire sui candidati repubblicani il consenso dei suoi elettori. La consultazione riguardava però altre cariche, e nessuno può sapere come sarebbe andata se Trump fosse stato personalmente candidato. La distinzione fra la sua presenza politica e quella materiale sulla scheda resta importante.
I Democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, ottenendo vittorie anche in Stati che due anni prima avevano sostenuto nettamente Trump. Il costo della vita, la guerra con l'Iran e il giudizio sull'amministrazione hanno contribuito alla sconfitta repubblicana. Dal prossimo gennaio il presidente dovrà confrontarsi con maggioranze parlamentari avverse, in grado di bloccare iniziative legislative, esercitare controlli sull'esecutivo e, al Senato, intervenire sulle nomine presidenziali. La Casa Bianca conserverà i propri poteri, compreso il veto.
Il risultato è inequivocabile nelle sue conseguenze istituzionali. Gli americani hanno distribuito diversamente il potere, e le nuove maggioranze potranno esercitare le competenze che la Costituzione attribuisce loro. È ciò che ci aspettiamo da un'elezione: una decisione capace di produrre effetti, anche quando lascia insoddisfatta una parte consistente degli elettori.
La notte della vittoria, però, accade spesso qualcosa che va oltre il conteggio. Il sollievo per la sconfitta di una politica che giudicavamo dannosa può trasformarsi nella sensazione che il paese abbia finalmente ritrovato se stesso. Cambia il linguaggio con cui ne parliamo. Le istituzioni sembrano di nuovo familiari, il futuro meno minaccioso. Ci riconosciamo nelle parole di chi ha vinto e cominciamo a considerare la sua maggioranza come il segno di un'identità nazionale finalmente restituita.
Sono sentimenti comprensibili. Una vittoria può proteggere diritti, impedire decisioni ingiuste, rendere nuovamente praticabili possibilità che sembravano perdute. Ci sono ragioni concrete per desiderare che una parte politica prevalga, e qualche volta sono ragioni urgenti. La soddisfazione per un risultato può corrispondere a un miglioramento reale delle condizioni nelle quali viviamo.
Ma insieme a quel sollievo può insinuarsi un'aspettativa più difficile da riconoscere. Abbiamo vinto, e ci sembra di aver riavuto il nostro paese.
All'inizio la differenza pesa poco. Il paese che sentivamo lontano torna riconoscibile; persone e istituzioni sembrano parlare una lingua più vicina alla nostra. Poi arrivano altre elezioni. Gli avversari riconquistano il potere, magari sostenendo programmi che continuiamo a considerare pericolosi. Possiamo avere ottime ragioni per preoccuparci di ciò che faranno. Intanto, però, alla paura delle loro decisioni se ne aggiunge un'altra. Ci sembra che qualcuno abbia nuovamente portato via il luogo al quale apparteniamo.
Le strade sono rimaste le stesse. Gli edifici pubblici, i luoghi di lavoro, le persone che incontriamo ogni giorno non sono stati sostituiti durante lo scrutinio. Eppure tutto può apparire estraneo. La sconfitta ha cambiato il governo; noi abbiamo la sensazione di aver perso anche il paese.
È qui che il desiderio di vincere rivela una conseguenza inattesa. Avevamo cercato una vittoria per sentirci finalmente a casa. Da quel momento, senza accorgercene, abbiamo cominciato ad aver bisogno di vincere ancora.
Il problema riguarda il significato che attribuiamo al successo. Un mandato elettorale può cambiare profondamente la direzione politica di una comunità. Se vi riconosciamo anche la restituzione della sua identità autentica, ogni alternanza successiva rischia di diventare una nuova espropriazione. L'avversario che conquista il governo sembra sottrarci qualcosa che consideravamo definitivamente acquisito. Il nostro legame con il paese finisce così per dipendere dalla permanenza di una maggioranza che nessuna democrazia può garantirci.
Claude Lefort, nel saggio La questione della democrazia, raccolto nei Saggi sul politico. XIX-XX secolo, ha descritto il luogo del potere democratico come simbolicamente vuoto. Le istituzioni lo affidano di volta in volta a persone determinate, che devono esercitarlo e rispondere delle proprie decisioni. Nessuna di loro può però identificarsi stabilmente con la società dalla quale riceve l'autorità. Il potere cambia titolare senza che il paese debba ogni volta ricevere da quel cambiamento la propria identità.
Quel vuoto può essere difficile da sopportare. Vorremmo talvolta che una vittoria abbastanza importante, ottenuta per ragioni che consideriamo decisive, chiudesse finalmente la controversia su ciò che il paese dovrebbe essere. Ma anche dopo il risultato più netto continueranno a esistere persone che desiderano una direzione diversa. Potranno organizzarsi, cercare consenso, tornare a vincere. La stessa libertà che ha permesso alla nostra parte di prevalere rimane disponibile per chi la contesta.
È una condizione alla quale possiamo reagire in modi molto differenti. Possiamo cercare di convincere più persone, difendere le conquiste ottenute, lavorare perché un programma continui a ricevere sostegno. Oppure iniziare a considerare intollerabile la possibilità stessa che gli avversari tornino al governo. La loro esistenza politica diventa una minaccia permanente alla sicurezza che avevamo cercato nella vittoria.
Il passaggio può avvenire anche in persone sinceramente impegnate a difendere la democrazia. Si può desiderare di proteggerne le istituzioni e, nello stesso tempo, avvertire come un pericolo crescente proprio la libertà degli altri di scegliere diversamente. Non occorre arrivare a una violazione delle regole perché questa tensione cominci a farsi sentire. Basta che la possibilità di perdere smetta di apparire come una condizione della competizione e diventi qualcosa dalla quale vorremmo essere definitivamente dispensati.
Ci sono, naturalmente, minacce politiche reali. Un governo può compromettere diritti, indebolire le garanzie costituzionali, restringere concretamente le possibilità di vita delle persone. In simili circostanze l'opposizione può essere necessaria e tenace. Sarebbe irresponsabile confondere questi pericoli con la semplice delusione elettorale, così come sarebbe ingiusto equiparare chi rispetta il risultato a chi tenta di sovvertirlo. La distinzione resta essenziale proprio perché consente di giudicare i fatti senza attribuire automaticamente a ogni sconfitta il significato di una catastrofe nazionale.
Le elezioni americane mostrano quanto possa essere difficile mantenerla. Nel 2024 Trump aveva ottenuto la presidenza con un mandato reale, che il voto del 2026 non cancella. Due anni dopo gli elettori hanno consegnato il Congresso ai Democratici. Le istituzioni dovranno ora confrontarsi con questa distribuzione del potere. È possibile che ne derivino conflitti durissimi, blocchi e negoziati estenuanti. Il risultato non ha trasformato l'America in una società improvvisamente concorde. Ha stabilito chi potrà prendere determinate decisioni e chi dovrà misurarsi con esse.
Trump conserva milioni di sostenitori, così come i Democratici hanno ottenuto un consenso sufficiente a conquistare entrambe le Camere. Chi oggi celebra la loro vittoria può considerarla una svolta indispensabile, senza doverne ricavare che l'America precedente fosse soltanto una deviazione dalla propria natura. Lo stesso vale per chi aveva salutato il ritorno di Trump alla Casa Bianca come una riconquista del paese. La differenza fra i programmi e le responsabilità dei protagonisti rimane interamente aperta al giudizio politico. Nessuna delle due vittorie, però, conferisce a una parte il diritto di diventare la misura definitiva dell'appartenenza nazionale.
La difficoltà tocca qualcosa che conosciamo anche fuori dalla politica. Abbiamo bisogno di riconoscerci nei luoghi in cui viviamo, nelle relazioni sulle quali facciamo affidamento, nelle condizioni che permettono ai nostri progetti di continuare. Quando quelle condizioni vengono meno, può diventare difficile perfino immaginare il seguito. La felicità ha a che fare con questa possibilità di abitare una vita senza dover continuamente difendere da una nuova perdita ciò che la rende necessaria e riconoscibile.
Le decisioni politiche partecipano a quelle condizioni. Possono sostenerle oppure danneggiarle gravemente. Per questo sarebbe insensato pretendere che la felicità rimanga indifferente a chi governa. E tuttavia qualcosa cambia quando affidiamo il nostro rapporto con il mondo comune alla vittoria della parte nella quale ci riconosciamo.
A quel punto la possibilità di sentirci a casa dipende anche dal voto di persone che possono legittimamente scegliere contro di noi. Non disponiamo delle loro convinzioni, né possiamo garantire che continueranno a darci ragione. Ciò che avevamo cercato di rendere più sicuro attraverso la politica diventa esposto a ogni nuova consultazione.
Il rischio è arrivare a desiderare, quasi senza dichiararlo, che gli altri conservino la libertà di votare purché non possano più usarla per farci perdere.
In quel desiderio si produce una torsione profonda. La nostra sicurezza comincia a chiedere una riduzione della libertà altrui. E ciò che avevamo cercato di proteggere attraverso la democrazia finisce per richiedere qualcosa che la democrazia non può concedere senza compromettere se stessa.
Una vita politica abitabile ha bisogno di garanzie ben più consistenti della rassicurazione di appartenere alla maggioranza. Servono diritti che resistano all'alternanza, istituzioni capaci di limitare gli abusi, strumenti effettivi per contestare le decisioni e modificarle. Tutto questo permette di combattere le politiche che giudichiamo ingiuste senza dover trasformare ogni sconfitta in una perdita del mondo al quale apparteniamo. La nostra presenza in quel mondo non può essere affidata interamente a un risultato che dipende, per sua natura, anche dagli altri.
Le urne del 3 novembre hanno deciso chi controllerà il Congresso americano. La presidenza resta a Trump; i Democratici avranno il compito di esercitare i poteri conquistati e rispondere delle loro scelte. Il voto ha prodotto conseguenze che potranno essere sostenute, contrastate e giudicate nei prossimi mesi.
Trump non era sulla scheda, benché avesse chiesto agli elettori di comportarsi come se ci fosse. E su quella scheda non compariva nemmeno ciò che, dopo ogni grande vittoria, qualcuno vorrebbe trovarvi: la possibilità di rendere definitivamente superfluo il voto degli altri.


